Febbraio 2020, Senza categoria

LA GIORNATA FORMATIVA CON IL PIME

La giornata formativa è una giornata di riflessione nella quale cerchiamo di conoscere le culture delle diverse popolazioni del mondo. Quest’anno è stato organizzato dal PIME (pontificio istituto missioni estere). Hanno deciso di farci riflettere su una tradizione di ogni continente: le seconde hanno riflettuto su Asia e Oceania. La giornata è stata divisa in due attività e poi due momenti di riflessione al pomeriggio.

Dalle 9:30 alle 10:45 si è svolta la prima attività dove una ragazza del PIME ci ha spiegato le tradizioni dei Maori,  i nativi dell’Oceania.  Durante l’attività abbiamo fatto un quiz dividendoci in due squadre. Le domande riguardavano alcune tradizioni dei Maori e in particolare ci siamo soffermati sui tatuaggi e il ballo tipico, Haka.

L’Haka è un ballo tipico dei Maori neozelandesi e ci sono vari stili; uno di questi si utilizza prima delle partite di rugby per “intimidire” gli avversari e per trasmettere coraggio agli avversari. Questo ballo non si può svolgere se all’interno del gruppo non c’è un Maori, se invece c’è più di un Maori il più anziano del gruppo lancia un grido di come svolgere la danza alla sua squadra.

I Maori sono riconosciuti per i loro tatuaggi in volto; questi tatuaggi sono come una carta d’identità per loro perché ogni simbolo rappresenta una parte della loro vita, ad esempio in base a quanti raggi ha sulla fronte si può sapere che prestigio sociale ha quella persona.  Questi tatuaggi sono riservati solo agli uomini, le donne possono tatuarsi invece alcuni altri simboli sul mento. Le persone vengono tatuate quando raggiungono l’età adulta, cioè tra i quattordici e sedici anni. Alla fine ci siamo “tatuati” con simboli tipici Maori.

Un’altra curiosità è il significato della parola Maori: “persone normali”; infatti per loro le popolazioni europee e non tatuate sono “diverse”.

Nel secondo laboratorio invece abbiamo invece fatto dei mandali tipici del Tibet, in Cina. Questi mandala sono realizzati con la sabbia colorata; i monaci tibetani dopo averli realizzati li distruggono, ma noi abbiamo incollato la sabbia per mantenere il ricordo di questa giornata speciale.

I ragazzi della classe 2B

Febbraio 2020, Senza categoria

I BAMBINI EBREI

Domenica 26 Gennaio, alcuni studenti di terza media hanno preso parte all’incontro che si è svolto in Villa Pomini.
L’incontro era tenuto da due relatori, Wilma Minotti Cerini, orfana di guerra, e dal professor Giancarlo Restelli, che insegna storia al liceo “Bernocchi” di Legnano.
Il tema dell’incontro era la memoria di ciò che accadde nei campi di concentramento e, in particolare, ai bambini internati in questi luoghi di tortura.
La frase con cui il professor Restelli ha iniziato a parlare è stata proprio: ”dire bambini e Shoah è un gigantesco ossimoro…dei 232 mila bambini che furono spediti ad Auschwitz, Buchenwald e in tutti gli altri campi della morte, ne tornarono solo 600”.
Le parole “Shoah” e “bambini” insieme sono un ossimoro perché non dovrebbero mai stare insieme, dato che racchiudono un significato atroce al loro interno.

Durante l’incontro i mediatori hanno raccontato storie riguardanti i bambini vissuti ad Auschwitz o in altri campi minori.
I racconti erano accompagnati dalle letture dei ragazzi di terza, che parlavano delle esperienze più significative della vita dei giovani deportati.

La prima ragazza di cui si è parlato è stata la senatrice Liliana Segre, che fu nascosta dalla famiglia Civelli di Castellanza per un mese e mezzo, prima della fuga in Svizzera per evitare il campo di concentramento.
Purtroppo una volta arrivati in Svizzera, lei e il papà vennero fermati, scoperti e quindi deportati fino ad Auschwitz.
Solo lei si salvò, dopo che un tedesco le suggerì di dire che aveva sedici anni e non quattordici, poiché altrimenti sarebbe stata mandata subito nelle camere-gas.
Suo papà e i suoi zii, invece, vennero uccisi subito, perché giudicati “troppo vecchi” per i lavori forzati.
Abbiamo poi raccontato altre storie di bambini mai tornati dai campi di concentramento, come il racconto di Emilia Levi , una bambina di tre anni, che di quel tempo ricorda solo il bagno che le avevano concesso di fare durante il lungo viaggio verso Auschwitz.
Hurbinek era un neonato (da questo deriva il suo nome così particolare, datogli dalle donne del campo) e che era paralizzato dalla vita in giù.
Di lui si prenderà cura solo Heneck, un ragazzo di quindici anni che lo accompagnerà fino alla liberazione del campo, anche se Hurbinek morirà poco dopo a causa dei suoi gravi problemi di salute mai curati.
Molto commovente è la storia di Sissel che morì in un campo di concentramento con la madre. Il papà invece sopravvisse e dopo pochi anni si risposò. Da questo matrimonio nacque un figlio, Daniel, che rimane molto colpito dalla storia della sorella tanto che le dedica delle poesie con la speranza di rincontrarla, in un futuro.
L’ultima storia raccontata è quella di Sergio, un bambino che venne internato nei campi insieme alle due cugine sopravvissute.
Una donna tedesca avvertì i cugini di non rispondere “sì” alla domanda “vuoi vedere la tua mamma?”.
Ma Sergio non ci credette e rispose “sì” a quella domanda posta dalle guardie tedesche.
Venne caricato su un camion e con lui, come con molti altri bambini, si fecero tantissimi esperimenti molto pericolosi.

L’incontro si è concluso con una breve testimonianza della sig.ra Minotti, il cui padre, partigiano, venne ucciso perché i fascisti sapevano che trasportava delle carte con i luoghi da non bombardare.
Ai ragazzi di terza è stato poi donato un libro, scritto dal professor Restelli, sulla Shoah.
È stato un incontro molto interessante, diverso dalle altre testimonianza sulla guerra: gli avvenimenti erano descritti con gli occhi dei bambini.
I racconti era molto dettagliati e anche la testimonianza della sig.ra Minotti racchiudeva sentimenti veramente intensi.

Gli alunni di 3^ AB lettori delle storie dei bambini di Auschwitz